Questa è la migliore campagna di comunicazione politica in circolazione, non c’è che dire!
(click per ingrandire)
[...] Dove sei stato in questi giorni? Non lo sai fino in fondo. Da qualche parte a fare cose. Che non è detto abbiano tutto il significato cui pure la professione, la responsabilità, l’impegno, ti portano ad attribuire.
Perché a trentotto anni, ormai l’hai capito persino tu, malgrado il tuo illuso codice da don Chisciotte, che siamo tutti mulini a vento. Perché l’altra notte hai guardato, commosso, la foto del cucciolo sul telefonino e ti sei detto che le cose importanti sono altre.
Via @Sonostorie
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Le persone sono stanche di cose semplici. Le persone vogliono essere sfidate.
Ho resistito fino a ora, ma gli auguri al professore che, volente o nolente, ha cambiato gli ultimi anni della mia vita erano doverosi.
“Siamo nel God Game di Eco“, mi disse un giorno una compagna di corso a lezione. Ed è così per chi studia comunicazione a Bologna come me.
Ho voluto riportare questo estratto d’intervista lasciata a The Guardian, perchè credo sia vero che la ricerca della semplicità intesa come rifiuto della complessità politico-sociale in cui viviamo ci ha portato a fare scelte errate che ci hanno condotto all’oggi che conosciamo.
Nei buoni propositi per il 2012 proviamo allora a innamorarci di nuovo del fascino della complessità che ci circonda.
Lasciamo invece la semplicità a fil rouge delle relazioni umane, quelle pure e pulite, perchè sì che lì ne abbiamo bisogno, e tanto.
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Si può morire restando vivi. Si muore in molti modi e il più diffuso è quello della solitudine causata dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e irripetibile, a qualcuno.
Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita così grande e fragile.
Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che tratti e colori di quella storia si siano potuti dispiegare.
A. D’A., La Stampa
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… ti auguro di chiudere gli occhi e
ascoltare il silenzio della neve che cade,
le risate di un bambino,
il respiro della persona di cui sei innamorato.
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La relazione tra aziende e social media è duplice: da una parte le scettiche si mantengono a debita distanza, dall’altra abbiamo chi apre una successione di account, diffondendo contenuti a cascata, senza differenziare la pratica d’uso da un ambiente all’altro.
I due comportamenti sono complementari e controproducenti. In entrambe i casi, mi domando se ci sia e quale sia una strategia di posizionamento. Non esserci significa non sfruttare opportunità, ma esserci in maniera soffocante vuol dire rendersi irriconoscibili da chi presenzia alla stessa maniera (con l’aggiunta dell’insofferenza di possibili clienti).
Abbiamo così ricordato più volte della necessità di cambiare approccio. Ma ora due recenti casi, diversi tra loro e non “tradizionalmente” aziendali, ci mostrano una caratteristica importante della strada da percorrere: NoFreeJobs e Alice senza niente.
#NoFreeJobs nasce come hashtag dopo la pubblicazione di Caro blogger, ti pago 20 euro al mese e tu mi scrivi 40 pezzi . Dopo 48 ore diventa TT e nel mentre viene creata la pagina Facebook, c’è il rilancio della Mappa delle proposte di stage indecenti, la prima ripresa da parte de Linkiesta e il primo servizio firmato TGcom. In pochissimo tempo nasce un vero e proprio No Free Jobs Movement in difesa degli stage non pagati e, più in generale, dello sfruttamento lavorativo. Ne seguono richiami da ogni dove.
Alice senza niente è il romanzo di Pietro De Viola pubblicato sotto Creative Commons il 28 ottobre 2010 e uscito solo a settembre per Terre di Mezzo. Protagonista è una giovane precaria intenta a cercare lavoro in periodo di crisi. A suo tempo l’e-book ebbe un successo enorme venendo rilanciato da tv e giornali grazie al buzz in rete.
Ciò che ci interessa, e che accomuna i due casi assicurandone i risultati ottenuti, è aver fatto leva su un sentimento di malcontento condiviso trasversalmente.
Come tradurre il tutto in termini di strategia di posizionamento aziendale? Continua a leggere »
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Facendo zapping tra blog mi scontro spesso con l’umanità messa in parola. L’impatto è prepotente, perché da quelle parole non si ha scampo: ri-tarano improvvisamente la vita sull’essenziale.
Ritorno così alla conferenza del pomeriggio tra un cantautore, un geografo e un attore. C’era il cantautore che, incurante di qualche centinaia di persone all’ascolto, dialogava tra sé e sé, piccolo e insicuro come un bambino che cerca un appiglio negli adulti accanto. Rovistava tra gli attrezzi della sua anima per trovare risposte a domande che risposte, per fortuna, non avranno mai.
Chi è l’uomo? L’imperfetto in tensione continua verso l’irraggiungibile perfezione. Che cosa salva l’uomo? La consapevolezza della sua finitezza. Da cosa dipende la grandezza umana? Dal punto di vista.
Ormai è tantissimo che non andiamo in vacanza perché i miei figli devono poter studiare. Per avere quale futuro non lo so, ma devo permettere loro di credere in qualcosa.
Mio marito ha un’attività in proprio – un negozio – dove capita che per mesi non entra nessuno. Siamo fortunati ad avere il mio stipendio ogni mese, sempre quello da circa tre anni. E adesso sarà sempre quello e sempre peggio – tutto aumenta! – per non so quanto altro tempo ancora. Tuttavia mi considero fortunata perché posso disporre di una certa somma di denaro con sicurezza. Mi considero fortunata perché non ho problemi di salute e perché ho ancora entusiasmo nel fare quello che faccio.
Nel punto di vista di questa mamma c’è la massima espressione di grandezza umana: vivere per costruire il senso della vita di qualcun altro. Di un figlio, di un compagno, di un fratello, di un cugino, di un amico.
Vivere per l’altro, ecco noi siamo questi. O almeno, dovremmo esserlo.
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«Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.
Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. È quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle. Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro. Offrile un’altra tazza di caffè.
Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.
È semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua. Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo. Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo. Continua a leggere »
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Ci sono quelle montagne di libri, di file word, di idee ammassate in disordine e di sentimenti confusi lì, giganti insormontabili, chiodo fisso in testa, in pancia e in gola.
Poi una canzone sulla bacheca di Facebook mette il tempo sottovuoto.
Dodici anni prima, era un pomeriggio di novembre e con un’amica ero in camera mia. Poco importava se i compiti non li avevamo fatti. Cantavamo, urlavamo, spostavamo la tenda per vedere passare lui che ogni giorno, più o meno a quell’ora, camminava verso casa.
C’erano risate acute e singhiozzi felici. C’era il calore di un’ingenuità già un po’ ammaccata, ma tutto sommato ancora intatta.
C’era il sole dentro e la brezza leggera della purezza di un affetto sincero.
La canzone finisce restituendomi, con uno schiaffo in faccia, la stanchezza di questo difficile presente.
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Riporto un post di Alice Mancuso (via @MarketingArena) sui risultati di una ricerca che analizza l’influenza del web sulla realtà politica, economica e sociale dei giovani.
A dispetto di tutto quello che sentiamo dire sui gggiovani, su come siano cambiati, sulla loro perdita di valori, le conclusioni tratte sono interessantissime.
Ricerca di giustizia, verità, appartenenza, riconoscimento identitario sono i quattro elementi cardine che spingono all’uso della rete.
Insomma, non ci siamo snaturati. Abbiamo ancora tutti sete degli stessi valori, degli stessi punti di riferimento, li raggiungiamo solo attraverso vie differenti.
Sotto il pezzo. Buona lettura
«Il gruppo McCann ha svolto una ricerca su 7000 giovani provenienti da diverse parti del mondo, domandando quale fosse il loro rapporto con Internet e quanto influisse nelle loro vite.
Secondo questa ricerca, i giovani intervistati (in un’età compresa tra i 16 e i 30 anni) evidenziano 4 punti chiave alla base del loro modo di concepire internet. Continua a leggere »
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Inizia così Cose che nessuno sa. Sono sconvolta, perchè ha scritto di me, e lo ha fatto per la seconda volta.
Non potevo credere che citasse una delle lettere del Giovane Poeta, tra i miei libri preferiti.
Non volevo credere che concludesse il testo con un richiamo alla meraviglia della vita raccontata da Frank Capra, che riguardo ogni Natale.
Può far male un libro?
Sì, se ti scortica l’anima con la tua vita, perché è stato scritto da una vita che si è fatta parola.
E ti restituisce a te stessa, risponde alle tue domande, riapre le ferite. Ti fa capire chi sei e perché sei.
Ti spiega come mai ami i libri e le storie, e lo fa meglio di quanto potessi comprenderlo:
La letteratura lo costringeva a origliare se stesso, come se dentro di lui ci fosse una porta dietro la quale qualcuno bisbigliava segreti che lo riguardavano. […] Una stanza, dove il sussurro di se stessi diventa percepibile, come il mare nelle conchiglie. […] La letteratura ti costringe a dare del tu ai tuoi pensieri e a scoprire se sono veramente tuoi.
Nella vita di tutti i giorni nessuno ti chiede di raccontare la storia che ti morde il cuore e te lo mastica, e se qualcuno te la chiede, nella vita di tutti i giorni nessuno riesce a raccontare quella storia, perché non trovi mai le parole adatte, le sfumature giuste, il coraggio di essere nudo, fragile, autentico. Quella storia ci deve piombare da fuori, come quando accade che i libri ci scelgano […].
Quella storia è uno specchio che ci sorprende a esclamare: questa è la mia, questo sono io, ma non avevo le parole per dirlo. E forse scopri di non essere solo, definitivamente solo.
Pubblicato in La prima cosa bella, Libri, film e... | Contrassegnato da tag Alessandro D'avenia, Bianca come il latte rossa come il sangue, Cose che nessuno sa, Frank Capra, La vita è meravigliosa, letteratura, Lettere a un giovane poeta, Rainer Maria Rilke | 6 Commenti »
Non lo chiedo più al Facebook muto di quel difficile sabato sera, ma lo chiedo a me ora che anche tu lascerai Bologna. Si sa è una città di passaggio: 5 anni e tutto fugge via.
Ma adesso, chi si occupa di me?
E allora ti giro le parole che tu mi hai scritto:
Grazie, perchè sei una delle persone migliori che conosca. Grazie perchè mi hai arricchita di giudizi, confronti, esperienze, idee e pensieri insegnadomi un metodo: andare sempre a fondo delle cose e non accontentarsi mai. Perchè ogni argomento con te è interessante. Grazie per i caffè, i pranzi e gli aperitivi di ore ed ore, dove il tempo per raccontarsi non era mai abbastanza. Grazie perchè ti sei fidata di me e perchè mi stimi, perchè mi vuoi bene e mi capisci. Per Boris, D’Avenia, Semiotica, “Chi si occupa di me?”, “Dai dai dai” che ormai è un rito, e per tutto quello che abbiamo condiviso. Perchè mi mancherai un casino!
E io aggiungo grazie, perchè guardandoVi stasera da lontano ho capito che è possibile trovare qualcuno che si innamori dell’altro davvero (sono “solo” stata un po’ sfortunata).
Grazie perchè non ce l’avrei mai fatta senza di te in quei due momenti neri che hanno segnato la nostra vita nell’ultimo paio d’anni.
Grazie perchè mi guardi e capisci cos’ho.
Grazie perchè sorridi quando parlo a macchinetta, mi mangio le parole e faccio una pernacchia per ripartire.
Grazie, perchè se mi agito e non respiro, urlo e gesticolo mi appoggi la mano sulla spalla, mi guardi e mi dici: “Glo, respira, stai calma” e sorridi ancora.
Grazie, perchè non mi prendi per matta se mi esalto e mi meraviglio della bellezza che scopro studiando.
Grazie, perchè sai che la sicurezza è solo una maschera e per capirlo basta guardarmi nell’anima come fai tu, attraverso gli occhi.
Grazie Mary, ti voglio bene.
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Ho scritto a Lorella Zanardo, perché desideravo qualche suggerimento su come costruire, in futuro, un progetto che mi sta molto a cuore: l’educazione alla partecipazione civico-politica nelle scuole attraverso l’uso dei nuovi media.
Lorella ha deciso di rilanciare. Previo mio consenso, ha pubblicato la mail con una sua introduzione. Per questo la ringrazio e io rilancio a voi. A tu, tu e tu che hai un’idea. A chiunque senta l’urgenza di un cambiamento.
Voglio fare qualcosa, perché il futuro non è mio, non è di chi ha 23 anni o qualcuno in più.
Io sono il presente che non ho scelto, un’eredità su cui ho una ristretta “possibilità di replica” (che intendo sfruttare appieno, capiamoci).
Io rappresento un presente che era il futuro di una generazione passata. Una generazione che non si è fatta carico delle proprie responsabilità, ha agito per cambiare il proprio limitato intorno temporale, assicurandosi, così, solo un futuro prossimo dignitoso.
Mi rifiuto di commettere questo errore e la metto come una questione di consapevolezza e responsabilità personale.
Dico quindi che il futuro è di chi ha 15/16 anni. Noi abbiamo la possibilità di far trovare a questi ragazzi una strada con molte meno buche di quelle che, giorno dopo giorno, dobbiamo saltare. O per lo meno, possiamo insegnar loro a non caderci dentro, a non commettere i nostri stessi errori. Possiamo farlo, però, solo se ci muoviamo insieme, se costruiamo insieme, se progettiamo insieme.
Posto sotto il pezzo di Lorella con la mia email e vi chiedo un aiuto costruttivo. Leggete qui e leggete i commenti lasciati su Il corpo delle donne.
Parliamo, facciamo.
«Leggete qui sotto. Leggete per favore. Ricevo mail così a decine tutti i giorni. Questa la pubblico perchè grida l’urgenza ma in più è progettuale, brava Gloria.
Noi donne siamo brave ad attivarci quando ci sentiamo indispensabili a salvare il mondo, in tempo di guerra è stato così, con le partigiane e non solo. Forse uno dei motivi per cui non riusciamo ad essere decisive in questo momento, a non essere assertive fino in fondo ed ottenere quanto ci meritiamo è che la meta è vaga: viene chiesto più potere, più visibilità, in pratica cosa vogliamo?
Qui, e lo scrivo nel post di ieri e di oggi e in futuro, ci chiamano a fare il nostro dovere: occuparci del mondo.
Per troppo tempo abbiamo abdicato al nostro ruolo, che è prenderci cura in senso ampio. Qui c’è da fare, leggete anche i commenti al post su FB. Si può lasciare dire a Gloria: “Loro sono il vero futuro, non io”? Possiamo?
Gentile Lorella,
parlo direttamente a lei anche se non so chi leggerà. Sono una ragazza di 23 anni, al primo anno del corso di laurea magistrale in Semiotica. Da tempo desideravo scriverle per chiederle un consiglio, mi sono convinta ora dopo aver letto il post “Andare Avanti”. Continua a leggere »
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Davanti a una pizza con un amico si discuteva su governo tecnico o non governo tecnico, su elezioni e alleanze. Si diceva che scegliere non è così semplice, perché ogni alternativa si porta dietro risvolti indesiderati. L’unica cosa certa è che, qualsiasi cosa sarà, adesso dobbiamo ballare.
Prima di tutto, impariamo la lezione che questo ventennio ci sta dando: siamo arrivati al punto di non ritorno non solo per una classe politica incapace e inadeguata nell’amministrazione del Paese, ma anche, e mi azzarderei a dire soprattutto, per la nostra incapacità o forse mancanza di volontà di calarci nei panni di cittadino-elettore.
Abbiamo il diritto di essere rappresentati da persone (e non personaggi) adeguate, ma abbiamo il dovere di sorveglianza, e il potere di garantire un’alternanza governativa fino al momento in cui non si siederanno sulle poltrone quelli giusti.
L’Italia di oggi ha, forse, la possibilità di lasciare l’età dell’infanzia per entrare in quella adulta.
Quando si ha a che fare con l’educazione dei bambini, tra le prime cose che gli si insegna è l’assunzione di responsabilità nei confronti dei propri errori: se sbagli, ammetti di averlo fatto, ti assumi le conseguenze, ripari e la volta successiva agisci diversamente.
Oggi abbiamo in faccia un ventennio di errori, anche nostri, che ci chiede di crescere. Ci chiede di iniziare a essere adulti caricandoci sulle spalle tutti quegli oneri che ci spettano e per cui hanno duramente lottato 150 anni fa.
L’onere di abbandonare quel qualunquismo che ci ha fatto dire: “Tanto uno o l’altro, fanno solo i propri interessi”. L’onere di risvegliare le coscienze di chi non è interessato alla politica disinteressandosi così del futuro. L’onere di costruire l’Italia che vorremmo mettendoci anche la nostra firma, senza prenderci meriti altrui e scaricando colpe. L’onere di pretendere da chi fa politica che la faccia seriemente. L’onere di leggere i programmi, di chiedere spiegazioni, l’onere di proporre e urlare per essere ascoltati. L’onere di sperare e insegnare a farlo.
L’onere di andare a votare, l’onere di essere italiani.
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Bersani ha fatto il suo discorso.
Suo appunto, non nostro, ma succede quando si considera la comunicazione puro maquillage da politicanti principianti.
“La comunicazione sta alla politica, come la finanza sta all’economia”, troppo facile giocarci su vista la crisi economica. Se si riascoltasse ci troverebbe la risposta alle ultime e pregresse “defaillance” politiche.
Il risultato è che il giorno dopo non parliamo (per l’ennesima volta) di proposte, ma discutiamo dell’intreccio tra comunicazione e politica, discutiamo di Lakoff, di come non si debba mai dire chi o cosa non si vuole essere, perché lo si diventa.
Un’inopportuna azione di distrazione di massa.
Serviva “solo” una storia, la narrazione di un noi coeso e inclusivo, non un altro elenco puntato di buoni propositi. Serviva ricostruire fiducia, non millantarne la necessità.
Ma il punto è un altro. Il diametro della voragine tra chi è pagato per stare a palazzo e chi paga l’affitto per ascoltarlo sul divano di casa aumenta ancora.
Di nuovo c’è che gli ultimi eventi hanno mostrato una rinnovata volontà di partecipazione, di proporre, di “sporcarsi le mani” in prima persona: la coscienza di un cambiamento che non può avvenire tramite delega, quella delega spensierata a cui ci siamo affezionati da un ventennio a questa parte.
C’è stato il risveglio dell’essere cittadino che implora risposte, le implorava anche in quel discorso.
Purtroppo, nel post 5 novembre ho letto di amarezza, delusione e sfiducia; ho letto di chi si sente inutile, di chi sta già smettendo di credere che l’impegno possa servire.
Ma il mio pensiero va oltre noi che barcolliamo tra speranze e disillusioni, noi che sappiamo, almeno un po’, come ci si sente nel credere in qualcuno, in un futuro anche se a breve termine.
Il mio pensiero va ad altri, a quelli chi mi verrebbe da chiamare “Indigeni Sfiduciati”, nati senza avere il privilegio di saper sperare.
Io penso a loro, perché è colpa nostra.
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Per rialzarci all’attuale crisi politico-economica-sociale dobbiamo ascoltare e rispondere a chi oggi ha 16 anni: il futuro è lì. Mi sono rivolta a Sara Pasini, sedicenne che frequenta il terzo anno del liceo scientifico Marie Curie a Savignano sul Rubicone (FC).
In una chiacchierata via mail le ho chiesto di farmi una panoramica di come lei e i suoi compagni di classe vedessero l’attuale situazione italiana, politica e non, e le ho domandato se avesse qualche richiesta e proposta da avanzare.
Pubblico, con il suo consenso, quello che mi ha scritto. Il testo è lungo, ma non ho voluto eliminare nulla. Tocca tutte le questioni tristemente alla ribalta – lavoro, sfiducia nelle istituzioni, ruolo della donna nella società. Propone anche soluzioni. Ho aggiunto solo i grassetti, ma ogni singola parola è sua.
Non so quale rappresentazione abbiate degli adolescenti d’oggi, ma credo che rimarrete stupefatti dalla triste consapevolezza, dalla pragmaticità, dalla durezza e dalla lucidità delle sue parole.
I ragazzi vogliono risposte. Queste righe sono un insegnamento per tutti, politici in primis. Ogni parola in più è di troppo, soprattutto alla conclusione.
«Fiducia nei politici? Assolutamente no. E non parlo per sentito dire, perché “lo dicono i grandi”. Io sono stata immersa nella politica fin da piccola, perché i miei genitori sono stati consiglieri comunali per diversi mandati. Non ho fiducia e nemmeno tanto rispetto nella classe politica per la serietà con cui affrontano il proprio mestiere.
Mi spiego meglio: nessun politico si sveglia la mattina chiedendosi “Come faccio oggi a migliorare un po’ questa merda che IO stesso ho creato assieme a tutti i miei amichetti di poltrona?“. Il paradosso più grande e assurdo che non riesco a spiegarmi è: se la grandissima macchina economica Italiana e europea è stata creata dai nostri predecessori, che sicuramente avevano meno mezzi rispetto alla situazione attuale, com’é che la “creaturina” non è più gestibile?
Non ci posso credere, tutti sappiamo che stiamo andando incontro ad un tir con scontro facciale ad altissima velocità, ma nessuno sa come tirare i freni!!!!! No no no e poi no. Dov’erano i politici-sorveglianti quando la situazione stava degenerando? Com’é stato possibile? Adesso è tutto un labirinto così intricato che non ci si riesce a sbrogliare…
E ho paura, paura per il mio futuro e per coloro che verranno dopo di me. Di sicuro ci vorrebbero volti nuovi, non noti, giovani e incorrotti ai vertici del nostro paese. E sono convinta che di gente con tali caratteristiche ce ne sono. Il problema è che tutti questi raggiungeranno le “poltrone” solo quando diventeranno brutti, vecchi e corrotti. Continua a leggere »
Pubblicato in Tra comunicazione, politica e informazione | Contrassegnato da tag ascolto, crisi politica, futuro, giovani, lavoro, linkedin, sara pasini | 9 Commenti »
In questi giorni del dopo Il nostro Tempo e Leopolda sono delusa da quel che ho letto.
Ho partecipato a tutti e due gli appuntamenti anche se in maniera differente: a Bologna ci vivo e ho potuto così respirare direttamente l’aria che tirava, per Firenze mi sono accontentata dello streaming e dell’opinione di chi non ha mancato la presenza in entrambe.
La mia delusione ha a che fare con l’eccessiva invadenza e confusione tra il piano della comunicazione politica e quello della politica che, gioco forza, si devono intrecciare dato che l’uno nutre l’altro.
Tuttavia, cerco di imparare a occuparmi di comunicazione, di farlo con l’idea (utopica?) che chi è analista in questo settore debba percorrere il binario della distruzione “creativo-propositiva”, debba lasciarsi guidare da un’onestà intellettuale di fondo che non usi i propri strumenti per diffondere un’opinione politica personale, sempre e comunque.
Molto più semplicemente: se X ha idee che non condivido, ma dal punto di vista comunicativo le trasmette in maniera corretta e funzionale, io lo dico, lo sottolineo, lo ribadisco. Perché non dovrei farlo? E magari propongo come integrarle ad altre.
Insomma, quello che mi piacerebbe accadesse è un ribaltamento totale del punto di partenza degli analisti di comunicazione politica.
Vorrei che non si iniziasse più – o meglio, non ci si limitasse solamente – a scomporre, evidenziare, amplificare gli errori come ho visto in questi giorni, alimentando campagne che potrebbero sfociare nell’accanimento personale. Individuare l’errore serve per non ricommetterne altri uguali o addirittura peggiori.
Credo, però, che per riuscire anche a dare un apporto concreto alla causa che si sostiene si debba passare oltre, tornando all’uso di un distaccato “sguardo-strabico” che ridisegni una linea di separazione netta tra analista politico e analista di comunicazione politica.
Non demonizzo il primo rispetto al secondo, ma “solo” i primi che si presentano con gli abiti dei secondi, avvalendosi dell’autorevolezza di presunte competenze professionali a sostegno delle proprie argomentazioni.
Poi sì, è bello essere anche tutti e due, soprattutto se c’è passione politica in gioco, l’importante è chiarire quando si interpreta l’uno e l’altro “personaggio” della storia per onestà nei confronti del lettore. Quel che chiedo è un po’ d’ordine, costruttivo ed equilibrato.
Non è difficile, non è impossibile e lo dimostra Lorenzo Marini in “Meglio piuttosto”, uno dei rarissimi post sulla Wiki politica che, a mio parere, si pone proprio nell’ottica “creativo-propositiva” che vorrei fosse la nuova ritrovata tendenza nel mondo della comunicazione politica.
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In tempo di crisi, inciampiamo spesso e ci stanchiamo tanto. Vorremmo arrivare puntuali per quel treno che non sappiamo se passerà, ci arrabattiamo così per non perdere passaggi occasionali, anche se sbagliati.
In tempo di crisi, di buono c’è stata la nascita di una solidale empatia, sincera, pulita. L’uno spera per l’altro, l’uno spera nell’altro: se ce la fa lui, ce la posso fare anch’io.
In tempo di crisi, impariamo anche a essere felici per chi ha ricevuto una piccola-immensa soddisfazione che gli restituirà un sorriso luminoso e un animo appagato, almeno per un po’.
In questa settimana del tempo di crisi c’è chi ha vinto all’improvviso un concorso e lavorerà con un grande cantautore, chi è stato scelto per un musical nella capitale, e chi sconfinerà all’estero per parlare di un caso politico-mediatico italiano.
È in questa settimana del tempo di crisi che sono felice di aver condiviso, realmente e virtualmente, tre sorrisi strappati con sudore e fatica.
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Cinque o sei giorni fa, davanti a un aperitivo tra amici il tema era la scomparsa di Steve Jobs. Tra una chiacchiera e l’altra, ho ascoltato una riflessione interessante sulle ripercussioni aziendali che ci potrebbero essere dopo la morte del suo CEO. La mente
pensante, a cui ho chiesto di buttare giù due righe, è Matteo Buferli, amico e co-fondatore di Comuni-Chiamo, piattaforma nata per porre rimedio ai problemi territoriali facendo leva sull’intelligenza collettiva frutto della collaborazione tra cittadino e amministrazione.
Lascio a voi fan e non di Apple la parola, che ne pensate?
É argomento inflazionato di questi tempi, ma la morte di Steve Jobs ha colpito tutti, amanti e non. Non ne sono mai stato fan, ma ho sempre apprezzato e promosso la sua Vision e, ovviamente, l’arte di trasformare in oro tutto quel che gli passava tra le mani: il primo Re Mida dell’Hi-Tech.
Ora ci si chiede: “Cosa sarà Apple senza di lui?”.
Molti pensano che l’azienda tornerà, in pochi anni, vicina al fallimento come prima del suo ritorno.
Io, invece, credo non accadrà mai.
Steve, oltre a innovare, è riuscito a creare qualcosa di intangibile, qualcosa di cui si sente parlare troppo poco: ha portato religione e culto nel libero mercato.
Non si tratta di blasfemia: Apple non dovrà fare i conti con la mancanza del suo CEO, ma si dovrà preoccupare di problemi completamente nuovi, che nessuna azienda, se non appunto la Santa Chiesa, ha mai affrontato prima.
Jobs ci lascia la nascita di un culto, di una religione. Alla morte del dio, gli evangelisti iniziano a diffondere il credo, spinti dalla fede: ecco quel che accadrà. La morte di Steve ha dato sostanza al culto Apple più di quanto non ne avesse fino ad oggi.
Chi ha sempre guardato Apple e i suo prodotti avanzando critiche di ogni genere (perlopiù giustificate), ora non giudicherà più solo i prodotti in sé, con le loro caratteristiche strutturali, ma lì filtrerà attraverso l’irrazionalità delle emozioni collegate all’immagine di una figura storica già mito.
E quindi? Apple come la Santa Chiesa? È blasfemia?
Non penso. Semplicemente c’è un elemento di continuità mai visto prima nel mercato, o perlomeno non così su larga scala, che ne condizionerà in maniera completamente diversa le logiche: non sarà più sufficiente rincorrere l’innovazione, ma bisognerà fare i conti con questa nuova dimensione.
Per non affondare, Apple dovrà diffondere il culto, rafforzare la fede dei credenti e arrabattare nuovi proseliti, cosa molto più difficile di quanto fatto sin’ora, molto più di un comune customer care.
E nel frattempo l’armata degli smartphone da 140 grammi registra un nuovo record di vendite, sarà vero che 4s significa “For Steve”?
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[…] Io qualche “cuore puro” lo vedo ancora in giro, Gloria ad esempio scrive con noi, ed il suo blog è un po’ marketingarena di qualche anno fa, e parla anche di cose più interessanti, è per queste persone che ne l’università ne le aziende devono mollare.
Mi sono commossa di nascosto, perché succede così quando si legge qualcosa di inatteso nel momento meno opportuno. Che dire se non grazie, grazie di cuore. Una stima reciproca e sentita, arricchita dalla casualità dell’incontro circa un anno e mezzo fa.
Finora, il mio traguardo più grande è essermi circondata di persone pulite, oneste, semplici e sincere. Persone buone, di quella bontà infantile che si sgretola crescendo. Così come mi scrisse il musicofilo che è tra loro, credo:
[…] che forse a essere onesti, disponibili, fedeli e a dispensare sorrisi e non ghigni nel buio e false promesse poi qualcosa di buono lo si raccoglie: la stima, l’affetto; un sorriso
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Grazie a voi che ho potuto citare qui con qualche link e grazie anche a chi ora posso solo pensare.
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